domenica 16 febbraio 2014

La multiculturalità e le radici negate

Innnanzitutto, buon anno nuovo a tutti i miei lettori. Arrivo un po’ in ritardo, ma per me dal punto di vista lavorativo e scrittorio quest’anno inizia solo in questo periodo, per cui non mi sento granché in difetto. Poi dipende sempre dai punti di vista, certo. D’altra parte anche dal punto di vista delle tradizioni sarei ampiamente giustificata: l’anno nuovo per noi bosini è sempre iniziato concretamente un po’ sfasato rispetto al calendario ufficiale, ossia sotto la Gioeubia.

Avrei avuto voglia di scrivere qualcosa sulla Gioeubia (o Giöbia, la prima è la grafia milanese ufficiale) già da tempo, ma una serie di contrattempi antipatici me l’hanno impedito. In realtà mi è stato chiesto da più parti di ricominciare a scrivere di tradizioni, e siccome fra le voci ci sono tante amiche che sinceramente vogliono conoscere le usanze locali perché varesine non sono, e perché vorrebbero raccontarle a loro volta ai loro bambini (amici e compagni di scuola dei miei figli), eccomi qui.

Ma prima voglio accennare a questi contrattempi antipatici. Il giorno della Gioeubia, appunto, ossia l’ultimo giovedì del mese di Gennaio (che quest’anno coincideva con il secondo dei tre giorni della merla), mio figlio Stefano mi viene a raccontare che nella sua classe, quarta elementare, è arrivata una mediatrice culturale nell’ora di italiano a spiegare le tradizioni dell’Albania e a far scrivere ai bambini in albanese.

La cosa mi ha lasciato molto, molto perplessa. Anzi, di più: infastidita. Primo, nessuno aveva accennato alla Gioeubia a scuola: eppure, assieme a sant’Antonio e al Carnevale Bosino, è la festa più sentita in assoluto a Varese, forse ancor più del Natale. Secondo, io non avevo mai ricevuto comunicazioni dalla scuola in merito, anche se mio marito era stato ad una riunione di classe all’inizio dell’anno e si era parlato di mediatori culturali ma mi aveva riportato che sarebbero arrivate in orario extrascolastico (o almeno così si era capito) e comunque sarebbero arrivate per coinvolgere le mamme sia italiane sia straniere in un progetto comune. Questo mi sta benissimo, tant’è vero che quando faccio le merende letterarie al parco Molina io conto più mamme straniere che italiane e dopo la lettura dei “classici” lombardi di letteratura per ragazzi si chiacchiera di tante cose, di cucina ad esempio, e ci si scambiano le proprie visioni del mondo, della vita, della famiglia. Mi sembra giusto e sacrosanto fare queste cose, stabilire una rete di contatti fra mamme, delle amicizie sui cui tessere un progetto anche culturale comune. Possibilmente integrando queste mamme nella cultura locale, cosa nei confronti della quale diverse sono interessate (al contrario di tante italiane che pensano a ben altro e per le quali i libri sono giusto dei soprammobili).

Orario extrascolastico, insomma. Per farla breve, è successa una bagarre. Io, consultate alcune mamme straniere ed italiane, ho trovato molte che avevano capito esattamente come me che le mediatrici sarebbero arrivate nel pomeriggio e così, quando una giornalista mia amica mi ha chiesto di poter intervistare qualche mamma sull’argomento, le ho passato dei contatti. La cosa insomma è finita sul giornale (la Provincia) ed è successo il finimondo: gente che non voleva essere citata nonostante le dichiarazioni che aveva rilasciato, gente che mi aspettava fuori dalla scuola per dirmi che io ero intollerante nei confronti delle altre culture, madri che dicevano che mi ero nascosta dietro ad un dito perché il mio nome non compariva nell’articolo. Su questo punto ero stata categorica: io non ero stata intervistata, evidentemente era più interessante segnalare altre opinioni (anche perché io non è che posso fare l’opinionista di professione). E comunque la gente che si nasconde non va al lunedì mattina dalle maestre a dire che è stata lei a montare il caso e che è fermamente contraria a queste cose. Di fatto il tutto accadeva nelle ore di italiano, ore che avevamo già abbondantemente perso a causa di una maestra che si era data malata a novembre (ma son quattro anni che le maestre di italiano si danno malate a metà anno in quella classe) e le cui ore erano state assegnate a due supplenti che – non si sa bene per quale motivo – non erano riuscite a portar avanti il programma. Finalmente arriva un ottimo (a mio avviso) maestro di italiano che comincia a fare una serie di verifiche a tappeto, e inizia con l’analisi logica, e cosa succede? Arrivano le mediatrici culturali a portargli via le ore. E proprio le sue, mica quelle di altre materie.

Mettetevi nei miei panni e in quelli di altre mamme che si sono sentite a disagio.

M’è stato risposto che la classe è a maggioranza straniera e che quindi è giustissimo promuovere la multiculturalità con queste lezioni. Che poi avvenivano, io avevo capito male, in ore non di italiano ma in una porzione di ore dedicata alla extracurricularità: da qui l’equivoco iniziale. Non avevamo capito ma si potevano benissimo tenere in orario scolastico.

Ora, senza voler continuare la polemica, mi faceva piacere segnalare la mia opinione in merito per esteso da queste pagine. Sono stata io, certamente, la mamma più “facinorosa” del gruppo: ma non sono l’unica di certo a contestare questa decisione. La scuola a mio avviso è un’ottima scuola, le insegnanti (quando ci sono: perché anche la famosa maestra in malattia era un’ottima maestra) sono preparate, gentili, splendide insomma. E non ci manderei i miei figli da anni, in questa scuola, se non fosse così: sono una che ci mette poco a cambiare, lo sapete. Di scuole a Varese ce ne sono tante e anche piuttosto vicine. Il problema è un altro: il dissenso. Non è questione di fiducia nelle scelte della scuola, è il fatto che il dissenso va espresso e fatto sentire perché solo attraverso il dissenso si può costruire e andare avanti. Mi è stato detto da alcune mamme che non mi sarei potuta permettere di esprimere questo dissenso, che addirittura se avevo qualcosa da dire sul programma di italiano avrei dovuto accodarmi ad un gruppo di mamme capitanate dalla rappresentante dell’altra classe e non andarci da sola (in realtà era andato mio marito per altre cose, e già che c’era ha tirato fuori l’argomento, ma prima di sapere delle mediatrici). Se io penso che sia una sciocchezza dedicare le ore di italiano a tradizioni e lingua altrui – non so, come se nell’ora di inglese, visto che c’è un bambino cinese in classe, si facesse lezione in cinese – lo devo poter dire e non devo accodarmi proprio a nessuno. Fortunatamente mi è stato permesso di farlo in un chiarimento generale una mattina con le maestre, pur a frittata fatta perché appunto se l’avessi saputo prima sarei corsa a chiedere spiegazioni, e anche le maestre nonostante non la pensino come me hanno accettato il dissenso e hanno preso atto e la cosa per me si esaurisce qui, anche in ragione del fatto che le quattro ore di mediazione (lasciamo perdere se ci si è allargati: pazienza, le abboniamo) son finite e torniamo alla programmazione ufficiale. Per la verità io in settimana avevo avuto un incontro con alcune maestre per parlare di Agostino che farà un programma particolare volendo io iscriverlo in seconda e non in prima, ma quel famoso mercoledì ero così stravolta dalle corse quotidiane e dall’argomento dell’incontro che non m’è venuto in mente di affrontare il discorso multiculturalità, con maestre poi che non avevano a che fare con la quarta. Si abbia pazienza, non sono un computer nemmeno io.

Detto questo, la mia posizione in generale sulla multiculturalità è questa: non sono contraria a prescindere al fatto che ogni persona, ogni mamma abbia il diritto di conservare e trasmettere alla prole la propria cultura d’origine. Ma se arrivi in una nuova terra, e decidi di mettere al mondo i figli in questa terra, o di portarceli e farli crescere come figli di questa terra, devi pensare alle loro radici.

Devi far mettere loro le radici in quella terra nuova, non devi impedirlo, e se vengono a rimarcare in classe che tuoi figlio è straniero, io fossi in te non sarei molto contenta.

Io penso che mio figlio e i suoi amici, nonostante arrivino da storie familiari, geografiche, culturali diverse, siano tutti figli della nostra terra e come tali devono essere trattati. Avrei veramente preferito in quelle ore che qualcuno spiegasse cos’è la Gioeubia piuttosto che parlare di tradizioni albanesi, ma non perché ce l’abbia su con gli albanesi: perché c’entrano come un cavolo a merenda con la nostra terra e con l’ora di italiano. Poi ci sarà qualche estremista che mi dirà che questi bambini non sono veramente figli della nostra terra, e io lo mando volentieri a quel paese, questo estremista. Per me non è una carta d’identità che fa un bambino italiano o bengalese: per me quando quel bambino avrà diritto alla carta d’identità italiana, dovrà essere cresciuto come italiano. Ragionavo con mio marito come noi stessi non siamo figli della nostra terra se non per adozione, visto che lui è piemontese e genovese di origini e io milanese da parte di madre e pugliese da parte di padre (cosa tutta poi da vedere, perché mio padre stesso era pugliese solo perché era nato in Puglia ma a un anno esatto iniziò la sua vita a Milano). Eppure ci consideriamo figli della nostra terra, e questo purtroppo non grazie alle nostre madri che ci hanno sempre fatto rimarcare le differenze con i “varesotti”, ma grazie all’istituzione scolastica che una volta promuoveva eccome la cultura locale e non si sarebbe mai sognata di far venire in classe il mediatore culturale pugliese o veneto o calabrese o siciliano.

Bene, ora dovrei parlarvi della Gioeubia, ma mi rendo conto che vi ho angosciati sin troppo, per cui rimando a domani. Anche per creare un po’ di suspence J. Nel frattempo fatemi i complimenti perché non avrei mai pensato di riprendere a scrivere e così fluentemente: è veramente un periodo pesante, un periodo in cui disperavo di farcela, intellettualmente parlando. Dopo la conquista del famoso tesserino mi sono abbandonata alla presa di coscienza che tutto non si può fare, e sono piombata in uno dei miei famosi periodi in cui vorrei appendere la tastiera al chiodo. Invece ho il piacere di potervi dire che ho ricominciato a consegnare articoli e che il primo, in particolare, sarà una recensione a cui tenevo molto: ho letto da un punto di vista “culinario” e mitico (ma anche mistico… poi capirete!) un libro di Lawrence fra i miei preferiti. Appena esce ve la segnalo nello spazio dedicato ai miei lavori.

Buona domenica

8 commenti:

robertopotito ha detto...

Allora, come al solito, vengo letteralmente catturato dal tuo impeto e dalla profonda passione con cui tu scrivi ed esponi le tue idee. Ricordo, che appena arrivato a Roma e dopo che decisi che questa città mi avrebbe adottato, cominciai a voler conoscere gli usi, le tradizioni, la cucina romanesca etc. Non comprendo il motivo per il quale dobbiamo continuamente vergognarci a parlare e, ci conseguenza, anche a divulgare le identità locali del posto nel quale viviamo.. Sarebbe meraviglioso essere adulti consapevoli dell'ambiente in cui viviamo ed anche conoscere le altrui culture, almeno di coloro con i quali studiamo oppure lavoriamo. Tutto questo processo avverrebbe in maniera naturale, dolce ed incruenta perché prima é fondamentale che colui che arriva, si facesse conoscere per il suo intrinseco valore a prescindere dalla nazionalità, regione, credo politico etc, etc. Personalmente, ho sempre adottato tale atteggiamento e non ho mai preteso una integrazione a priori...coloro che hanno voluto conoscere il mio mondo personale incluse la mia storia con annessi e connessi, mi hanno prima conosciuto come persona e, successivamente approfondito, se interessati. E questo é un lavoro che parte, innanzitutto, dalle famiglie per ciò che riguarda i bambini.É così difficile aprire gli occhi e cercare di conoscere l'ambiente dove viviamo? Tutto il resto viene in modo naturale e ti dirò di più, cara Laura, che a me la parola integrazione un po' mi spaventa, ma il vivere democraticamente e cercando di rispettare le regole ed agire con amore e rispetto questo no! Grazie per avermi regalato questo post! Vera ed amabile come sempre!

leda ha detto...

Sono proprio allibita dal tuo razzismo.Perche'di quello si tratta.E'per le persone come te che noi italiani abbiamo la nomina di buffoni.Pensiamo a cose veramente gravi e importanti.Leda

ninest123 Ninest ha detto...

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