sabato 26 marzo 2011

Il Manifesto dei Diritti Alimentari dei Bambini

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Buon fine settimana a tutti! Il mio non è mai troppo leggero. Per tanti significa chiudere finalmente una settimana lavorativa, mentre per me è l’inizio di tre giorni dedicati al superlavoro. Anche se da lunedì al venerdì mi barcameno bionicamente tra famiglia, lavori domestici e studio o scrittura (generalmente a giorni alterni), e per fortuna aiutata nella gestione degli impegni dei figli (fondamentalmente i pomeriggi al liceo musicale) da mio marito, è il venerdì che inizia la vera corsa ad ostacoli… ma soprassediamo. Finalmente ho trovato quei tre minuti di tempo per scrivere sul blog e non posso certo spenderli a lamentarmi! Fatto sta che al lunedì mattina mi sento stranamente leggera, ma così leggera che non vi immaginate nemmeno.

Oggi vorrei parlarvi di due argomenti che ho portato anche stamattina in radio (a proposito: li preparo al venerdì fra le sei e le sette e mezza di sera, quando i poppanti sono tutti in piscina col papà e finalmente mi ricavo un’ora e mezza d’aria settimanale per la mia trasmissione).

Il primo. Notizia di questi giorni è che a Sesto Calende il prevosto comunica tristemente sul settimanale della parrocchia («Il Faro») che le mense scolastiche comunali ignorano i precetti quaresimali e servono prosciutto e carne al venerdì. Giustamente don Franco Bonatti reagisce all’ignoranza collettiva, che è causata in primis dagli organi d'informazione. Quando inizia o finisce il Ramadan è argomento largamente sbandierato sulle pagine dei giornali, mentre della Quaresima ormai non si occupa più nessuno. Don Franco non se la prende con i fedeli islamici, ovviamente, ma con le coscienze ottenebrate dei cattolici, che non prendono posizione di fronte a questo stato di cose.

Il rispetto deve essere a spettro totale, non parziale, e dev’essere garantito da una visione laica dell’istituto scolastico statale (lo stato è laico), mi permetto di aggiungere a corollario. Così com’è giusto prevedere un’alternativa alla carne di maiale per coloro che sono di fede islamica, dovrebbe essere altrettanto rispettoso comunicare che il venerdì può anche essere prevista la carne ma chi è cristiano se ne dovrebbe astenere. Se è giusto che ad un bambino vegetariano venga offerta un’alternativa interessante alla carne, così dovrebbe essere anche per il cristiano al venerdì. Anzi, sarebbe interessante capire quanti sono i bambini cristiani nelle scuole pubbliche di Sesto Calende rispetto agli altri e comprendere, sulla base dei dati riscontrati, che presumo siano a favore dei cristiani, per quale motivo al venerdì non viene proposto in primis un menu di magro e semmai un’alternativa per chi non lo è, visto che il regime della maggioranza ritengo sia ancora uno dei criteri della democrazia in qualsiasi contesto.

Alla luce della questione del rispetto culturale e personale dei nostri figli, capita a fagiolo questo Manifesto dei diritti alimentari dei bambini, comparso proprio lunedì sul sito Milano per i bambini.

Due parole in breve per presentare Milano per i bambini. Si tratta di un sito internet (cito direttamente dalla pagina web) “pensato per i genitori che lavorano e fanno acrobazie per conciliare tutto”. Nato dall’esperienza di alcune mamme sul territorio, si offre come esaustivo contenitore di notizie relative al mondo dell’infanzia a Milano: un giornale milanese tutto per mamme e papà, insomma, molto ben fatto, politicamente neutro nelle intenzioni e curato da specialisti del settore. Fra questi c’è Federica Buglioni, presidente dell’associazione Bambini in cucina, che ha elaborato questo Manifesto in nove punti, un “ennalogo” che ho subito apprezzato e condiviso perché presuppone un concetto globale di educazione alimentare.

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La creazione di una cultura alimentare nel bambino deve infatti ampiamente superare l’obiettivo di formare semplicemente piccoli gourmet e future buone forchette. Non è importante, insomma, il solo fatto che il bambino abbia la possibilità di imparare ad apprezzare i cibi sani e gustosi, ma anche che gli sia dato modo di formarsi un’ampia cultura del cibo che potrà affinare col tempo: dovrà essere messo in grado di conoscere gli alimenti nella loro provenienza, sia territoriale sia di etichetta; lo si dovrà mettere a parte dei processi di elaborazione del cibo, sin dall’origine (con esperienze casalinghe, o tramite gite scolastiche, di coltivazione diretta, oppure tramite visite a fattorie dove potrà ad esempio assistere alla “filiera” del formaggio, o del burro…) e anche partecipando alla preparazione domestica della “pappa”: cosa che in casa mia avviene regolarmente, e che avveniva prima ancora quando ero piccola io, e così via via è sempre avvenuto, del resto. Perché interrompere la catena? Solo perché abbiamo fretta? Suvvia, ogni tanto fermiamoci a gustare questi momenti con i nostri figli, attimi che non torneranno mai più e che sono così importanti, per noi e per loro. Anche se non siamo delle cuoche provette, nessuno lo pretende, cerchiamo almeno una volta alla settimana di cucinare qualcosa con i nostri bambini, coinvolgendoli in qualche piccola operazione che possa responsabilizzarli, coinvolgerli e nel contempo far prendere confidenza col cibo da un punto di vista ideale prima ancora che gustativo: certamente, attraverso l’imprescindibile discorso della sicurezza (il quinto punto del Manifesto).

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E, cosa importantissima, il bambino dovrà capire che il cibo è convivialità, che non si mangia solo per sopravvivere ma per convivere, che il momento del pranzo con i compagni, e della cena con i genitori, è un momento aggregante e familiare. Che il cibo non è un fine ma un mezzo e che reca in sé tutt’una serie di valori di collegamento con il mondo nel quale viviamo.

Ancora, che il piccolo possa, nel limite del giusto, rifiutare del cibo non di suo gradimento: mi si potrà obiettare che una volta quel che c’era c’era, per non parlare della fame nel mondo; sacrosanto ricordarlo, ma anche considerare che ogni situazione e contesto vanno studiati a sé. Così, com’è giusto insegnare al bambino a rispettare il cibo e a considerarne la sacralità intrinseca (cosa che mi permetto di aggiungere al Manifesto, come fosse un decimo e personalissimo punto a soluzione del decalogo), è altrettanto vero che, potendo farlo, è doveroso capire quali sono i gusti personali del proprio figlio ed aiutarlo ad affinarli, superando determinati “ostacoli” in maniera intelligente (penso ad esempio al rifiuto preconcetto per certi colori, o forme, o odori a prescindere dall’assaggio) ma anche prendendo atto di alcune idiosincrasie personali e rispettarle: mio figlio Enrico, che il 6 di aprile compirà dieci anni, ad esempio odia le verdure verdi cotte al punto di sentirsi male al solo assaggio, per cui se faccio la frittata di spinaci o i ravioli di magro, per intenderci, devo prevedere un’alternativa solo per lui.

Con questo post, pertanto, aderisco più che volentieri all’iniziativa di far circolare il Manifesto dei diritti alimentari dei bambini di Federica Buglioni.

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