domenica 20 febbraio 2011

Buona domenica, da (molto) libera pensatrice padana…

scuola sacco palloncini

(immagine tratta da Varesenews: la classe di mio figlio alla fiera di Sant’Antonio)

Buona domenica a tutti. Io la passerò provata da una recentissima separazione: quella dal dente del giudizio, che al solito aveva cominciato a farmi dannare. Comunque non pensiate che mi stia strappando i capelli: già venerdì a pranzo, appena tolto il malefico ottavo, masticavo con la parte sana un toast enorme. Ho una fame, ultimamente, che non vi dico, anche se cucino in proporzione veramente poco. Non so: qualsiasi emozione mi mette appetito. E di emozioni, veramente, me ne stanno capitando parecchie… come quella del Cavolo Verde, ad esempio, il nuovo progetto di Laura Rangoni che mi vede fra i più recenti collaboratori. Questa settimana ho scritto un articolo sui bruscitti sul quale mi piacerebbe sentire le vostre considerazioni. Scrivete, scrivete e ancora scrivete. I vostri commenti alimentano il mio blog (e il Cavolo Verde)!

Un’altra, grande emozione del periodo è stato ritirare le stupende pagelle dei bambini, che quest’anno sortivano da un grosso punto interrogativo. Forse non lo sapete, perché non ho avuto molta voglia sinora di pubblicizzarlo, ma di recente i miei tre piccoli delle elementari hanno cambiato scuola: li ho riportati al Quartiere – scritto con la maiuscola come vorrebbe Pratolini –. Quello che si prospettava un salto nel vuoto, per giunta piuttosto repentino, aveva addolorato soprattutto me che all’istituto precedente ero e sono tuttora affezionatissima per tante ragioni ideali, che però nel tempo si erano scontrate con alcune difficoltà nate sul campo, con incomprensioni e con tanti fattori che creavano a me ed ai miei figli poca serenità, forse proprio perché io sono così fortemente idealista che non riuscivo ad accettare che la realtà fosse per forza di cose così diversa dalle mie aspirazioni. Sembrano, e sono spiegazioni vaghe, ma quelli che passano qui e mi conoscono bene, probabilmente capiranno senza fatica il mio grande dispiacere.

Da qui la scelta definitiva di tornare a “lottare” in casa propria e di riappropriarsi del proprio campanile, unita ad una serie di considerazioni spicciole sul fatto che noi, come famiglia, dal popolo veniamo e nel popolo dobbiamo crescere, perché la scuola privata non è fatta per i pruletari (ma quelli veri, non i radical chic). E così, a dicembre, il giorno di Santa Lucia i miei tre bambini – prima, terza e quinta elementare - sono approdati alla famigerata scuola pubblica. Dico “famigerata” perché la scuola statale, almeno nella propaganda da me frequentata, era contornata da un alone piuttosto inquietante, che si è dissipato come una gran bufala dal primo momento in cui ci abbiamo messo piede. (In realtà, da una serie di colloqui preliminari che avevo avuto con la nuova direttrice, avevo intuito che il gran salto non avrebbe portato se non soprese positive, anche se quello che racconto riguarda strettamente il mio Quartiere, perché purtroppo di casi negativi in Provincia ne ho invece sentiti e ahimè da bocche più che sicure).

Di fatto è andata proprio così. Sin dai primi giorni i miei bambini si sono trovati completamente a loro agio. Hanno trovato tanti coetanei provenienti da famiglie che tirano la fine del mese, come la nostra. Tanti che non fanno la settimana bianca e nemmeno quella nera, e non vanno manco in vacanza in estate, proprio come noi: perché, e ancora perché, con la fortuna che abbiamo di avere montagne, laghi, campagna a portata di mano, ci manca solo fare un altro mutuo per andare in sette in vacanza.

E poi, il falso problema dei bambini stranieri: ovvio che, frequentando solo… certi argomenti, mi ero formata il pregiudizio che rallentassero il normale svolgimento delle lezioni. Bene, ora posso dire con molto orgoglio che la scuola dove mando i miei bambini è riuscita, grazie ad uno staff ben coordinato, professionale e di una certa anzianità di servizio (per la quasi totalità del corpo insegnante), ad integrare perfettamente questi bambini nelle lezioni. In quinta ci sono ben otto stranieri su diciotto bambini: una cifra molto alta, ma se questi bambini li sentiste parlare, non dovreste chiamarli stranieri: meriterebbero l’appellativo, al contrario, diverse personcine di mia conoscenza, che non infilano un congiuntivo nemmeno a pregarli in ginoeucc.

Ecco, io questi bambini non li voglio più chiamare stranieri. Questi bambini sono figli di immigrati che – a parte rare eccezioni - sono qui nel Quartiere da vent’anni e passa e si sente anche quando parlano nel loro perfetto italiano. Non conoscono il dialetto: ma perché, forse a Varese siamo in molti che ancora lo coltiviamo? E se invece a loro interessasse la parlata locale, ma non venissero mai in contatto con nessuno che si prende la briga di comunicare in dialetto? Ma facciamoci un po’ un esame di coscienza: facciamocelo.

Io sono felice che adesso i miei figli crescano assieme a loro, negli stessi ideali di cultura: e, a proposito di cultura locale, questa si insegna eccome, nella nostra scuola del Quartiere! Pensate che finalmente, per la prima volta in vita sua mio figlio in quinta elementare è andato con la scuola alla fiera di Sant’Antonio, la festa più importante di Varese assieme a quella del santo patrono. I bambini “stranieri” sono i primi ad esserne curiosi, perché le famiglie che sono qui da anni aspirano ad un’integrazione vera; e, ancora, vedo fra loro tante belle famiglie che lavorano, hanno un grande senso di sacrificio e di religione: e ho il massimo rispetto, essendo una cristiana di quelle “antiquate”, per chi ha un senso autentico di Dio, anche se la sua percezione è differente dalla mia. (Un discorso certo complesso che però dovrebbe essere affrontato nelle sedi giuste. A proposito, di tanti stranieri, veramente un’esiguità non frequentano la lezione di religione cristiana, IRC per gli amici, e fra questi pochi invece ho visto qualcuno venire alla festa di Natale: ci sarà un motivo.).

Insomma, avrete capito che sono una… libera pensatrice padana un po’ strana. Non più di tanto, vi rispondo io. Tanti nel Quartiere la pensano come me, e non solo.

Vi dirò tutta la verità, già che siamo in tema. A me hanno impressionato parecchio i problemi degli ultimi giorni riguardo all’ondata tunisina che sta arrivando in Lombardia. Do ragione a Maroni e certamente temo come la peste l’immigrazione selvaggia, i clandestini che arrivano a frotte e fra cui si celano pericolosi pregiudicati evasi dalle prigioni d’origine; temo sia per noi sia per le persone giuste e pulite che arrivano, con il cuore pieno di speranze e la miseria e la malavita che probabilmente li recluteranno. Questo è un dato di fatto. Invece metto su un piano letteralmente diverso la questione della migrazione regolamentata, che non significa affatto che io aderisca ad uno stravagante progetto multiculturale, ma piuttosto ad un’idea di rafforzamento della nostra identità territoriale attraverso forze nuove, grazie ad un sapiente incontro di culture, mediante una propaganda –questa sì, positiva –della nostra cultura tradizionale che si pone in apertura verso una nuova ricchezza umana incredibilmente attiva e recettiva. Che la nostra cultura sopravviva grazie all’intelligenza del tradere, del trasmettere, nell’identità ma anche nella pacifica e inevitabile trasformazione. 

4 commenti:

Bianca ha detto...

Ciao Lauretta, sono felice di sapere che sia i piccoli che la mamma abbiano superato in modo più che positivo il cambiamento della scuola. Mi ricordo che al’inizio eri un po’ preoccupata, ma molto più spesso di quanto uno possa pensare il cambiamento si rivela un’esperienza positiva.
Sai che sono, mi considero quanto meno, una cittadina del mondo: amo conoscere e mischiare le mie esperienze con culture, religioni, modi di vivere diversi dal mio. Questo non vuol dire negare le proprie radici o sopprimerle ma semplicemente sviluppare una curiosità che mi porta sia ad approfondire le tradizioni della mia terra che quelle delle terre altrui per trarre il meglio da entrame. E guardo con affetto a quei bambini, nati e cresciuti in Italia da genitori che provengono dai quattro angoli del mondo, sperando che la società del futuro sia pronta a riconoscerli come parte insostituibile del nostro paese.
Per quanto riguarda il dialetto: mi piacerebbe tanto farti sentire il bambino boliviano di una famiglia del quartiere che quando gioca a pallone in oratorio urla in bergamasco perfetto:” Ocio al pallun” e l’altro , credo del Ghana che risponde: “Scec, anduma”!!!!!! (perdona ma il bergamasco non so scriverlo quindi chiede venia ai puristi per eventuali errori).
Buona domenica e un bacio alla tribù!!

Bosina ha detto...

Che tesoro... i bambini ci salveranno da tutte le brutture, se li sapremo educare.
Ti abbraccio forte, Bianca. Buona domenica a te ed alla tua famiglia.

Rosetta ha detto...

Quando i bambini si integrano bene a scuola, crescono sereni e felici.
Un abbraccione
Mandi

Xiaozhengm 520 ha detto...

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