giovedì 29 gennaio 2009

Ul di do ra Giöbia


Oggi è l’ultimo giovedì del mese di Gennaio e da noi si festeggia la Giöbia. Tanti auguri allora a tutte le Giöbie che passano di qui, quelle belle e quelle antipatiche, perché oggi è la loro festa!

Ciapa su e purta a cà :-)

Tutto il resto dell'anno dare della Giöbia ad una donna, per i varesotti, è un apprezzamento negativo. Oggi però no, oggi si ricordano le Giöbie buone, quelle un po' meno conosciute, quelle simpatiche anche se strampalate. La Giöbia è un po' l'archetipo femminile bosino, ed è forse per questo che nel varesotto oggi si festeggia la donna con un po' di anticipo rispetto alla festa più conosciuta. I nostri uomini ci regalano un dolce a forma di cuore, per ringraziarci di tutto quello che faremo durante l'anno. In teoria lo dovrebbero preparare loro, con le loro manine, anche se alla fine ci chiedono sempre di intervenire... perché non sanno da che parte cominciare.

La Famiglia Bosina, tesoriera delle nostre antiche tradizioni, ne ha fatto da un quarantennio la giornata in cui si premiano i migliori poeti varesini in vernacolo; viene loro così, ogni anno, assegnata la statuetta d’argento raffigurante il “Pin Girometta”, la nostra maschera locale, che fu disegnata da Talamoni megli anni Cinquanta. Vi prometto di scrivervi la poesia vincitrice non appena verrà resa nota. A me il dialetto piace moltissimo.

Ma cos'è in definitiva questa Giöbia, o Gioeubia in bustocco e milanese, o ancora Giubbiana o Zoeubia in brianzolo? Proverò a raccontarvelo ricordandomi di antiche leggende che in pochi ricordano ancora: seguitemi con attenzione e possibilmente sensa omenn sberlusoni.

C'era una volta un strega stracciona ma molto bella, neri i capelli e lunghissime le gambe, che viveva nascosta nelle nebbie delle nostre valli. Un solo giorno dell'anno, l'ultimo giovedì di gennaio, si addentrava nel mondo degli uomini: di notte, camminando sui tetti, silenziosa faceva penzolare la sua calza lunga e rossa dai camini delle case e con la sua voce suadente ammaliava le ragazze da marito e le rapiva per una notte, trascinandole via nel cielo con un filo.

Nostrana Parca, in quel filo che pendeva dal vestito e che si diceva avesse tessuto lei, racchiudeva i segreti della vita delle donne. Erano le cose che la strega raccontava alle ragazze rapite, cose che nessun altro e soprattutto gli uomini dovevano sapere; si radunavano tutte nel bosco e stavano ad ascoltare. Finito il racconto, le ragazze che volevano sposarsi tornavano a casa, mentre le altre scappavano con la Giöbia e non ne ne sapeva più nulla: però a tutte faceva promettere di non rivelare assolutamente i segreti di cui erano venute a conoscenza.

Prima di ritornare nel suo mondo magico, la strega faceva uno scherzo agli uomini del paese. Appollaiata sull'albero più alto, ben nascosta nella nebbia, aspettava che qualche uomo si avvicinasse incautamente, e subito gli si mostrava con un aspetto più terrificante possibile e per scherno lo copriva di pipì, facendolo scappare a gambe levate.

Giöbia, in dialetto, significa proprio “Giovedì”, perché la Giöbia è la strega dell'ultimo giovedì di Gennaio. Brrr! Le donne bosine non hanno mai avuto troppa paura della Giöbia, o dei suoi segreti, tant'è vero che fino a quando Varese era ancora campagna, cioè fino a non molti anni fa, diciamo una sessantina, le sciure lasciavano da soli i propri maschi e si ritrovavano in una stalla coi bambini a cuntà su quaicòs attorno alla regiura: qualche storia, una fiaba, ma soprattutto a condividere gioie e dolori dell'universo femminile contadino senza che orecchie indiscrete potessero intervenire. Forse arrivava anche la Giöbia in queste puscenne di donn, chissà, e beveva un bicchiere di vino e mangiava un pezzo di formaggio insieme a loro, in allegria.


Bella o brutta che fosse, spaventosa o delicata l'interpretazione antropologica di questa strega rimanda ad una divinità celtica femminile legata alla fertilità e alla ciclicità della terra, una sorta di... Befana padana le cui tracce, pensate, anni fa il mio professore di latino medievale trovò in un testo del VI secolo di area provenzale: un'omelia di San Cesario di Arles, che preoccupato di estirpare dalla sua diocesi il paganesimo e le superstizioni ad esso legate, tuonava dal pulpito contro il travestimento "de anula" col quale erano soliti mascherarsi i contadini sul finire dell'inverno. Alcuni interpretavano questo anula come "giovane cerbiatta" ma altri, fra cui lui stesso, propendavano piuttosto per la Giöbia.

Ma torniamo a noi. Di questa strega simbolicamente si brucia il fantoccio enorme la sera, fra danze e preghiere, in giardini privati e nei circolini. Un rogo, come quello di Sant'Antonio, che vorrebbe lasciarsi alle spalle l’inverno bruciandolo in un fuoco apotropaico e rigeneratore. Ma forse sono stati gli uomini a volerne bruciare il fantoccio, perché non sono mai riusciti a catturarla e diciamocelo: a loro fa ancora un bel po' di paura.

7 commenti:

aldarita ha detto...

Sempre belli i tuoi racconti. Mi piace, te l'ho già detto, che si ricordino le leggende che riguardano il territorio. Se trovo ancora vecchi libri che narrano le nostre storie te li faccio avere, sono sicura che le apprezzerai. A proposito della ricetta, avrei pensato alla "fogasa sula gradela" che è una focaccia povera cotta sulla brace o sula stufa a legna. In ogni famiglia non mancava mai perchè era fatta con ingredienti poveri che tutti avevano in casa e spesso era la colazione e la merenda dei bimbi e degli anziani di casa, intinta nel latte. A casa mia la faccio spesso perchè ho la fortuna di aver ancora una stufa economica, cioè quelle stufe a legna che nelle cucine erano comuni. Se ti va bene fammelo sapere. Ti saluto

Bosina ha detto...

Aldarita, sei gentilissima. Ti ringrazio con tutto il cuore.
La tua "fogasa" è proprio quel che ci vuole per una prossima puntata che vorrei dedicare alle merende della nonna. Ti abbraccio

Betty ha detto...

CArinissima questa storia... non ho mai sentito parlare di questa Giobia!
Mi piacciono molto le leggende popolari e mia nonna me ne raccontava tante, dovrei interrogarla ancora e farmele raccontare ancora... fanno un po' paura ma sono segno dell'età che fu!
Buona serata
Betty

Bosina ha detto...

Betty, anche a me piacciono moltissimo le storie delle nonne!
Purtroppo qui a Varese sono poche quelle che hanno voglia di raccontarle.
Chissà perché, poi...
Un bacione e grazie, buona serata anche a te (ho già fatto un saltino sul tuo blog)

carmen ha detto...

belle queste storie, hanno qualche cosa di magico che, solo, quando non c'erano i moderni mezzi di comunicazione potevano esistere, certamente la nostra vita frenetica ci fa dimenticare le nostre radici, non abbiamo tempo di raccontare o ascoltare queste leggende. Ricordo mia nonna che ci raccontava di storie fantastiche di regine, tesori nascosti, di magie e di streghe e noi ascoltavamo a bocca aperta. Un abbraccio

Bosina ha detto...

Grazie Carmen. Sono felice che ti sia piaciuta la mia storia. E' ver, bisognerebbe fermarmi almeno cinque minuti al giorno e ricordare... un abbraccio anche a te e buona settimana.

Xiaozhengm 520 ha detto...

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