giovedì 31 luglio 2008

Le ciliege della Fallaci


Il romanzo postumo di Oriana Fallaci è uscito al pubblico solamente ieri e, come era da prevedere, è già oggetto di numerose “querelles” letterarie; ma siccome consta di ben 853 pagine, e sfido qualunque essere dotato di intelligenza umana ad aver già oltrepassato in poco più di ventiquattr’ore il quarto della mole totale, l’unico aspetto contro cui ci si può permettere di scagliare in questo momento è giusto quello di carattere formale. Ecco quindi che sul web fioccano le polemiche di sapore squisitamente pedantesco, più o meno ispirate al movimento per nulla sopito dei cruscanti, polemiche nelle quali per me – forse vi stupirò, ma è sempre bene sfoderare le proprie armi goccia a goccia – è un attimo tuffarmi a capofitto. Dovete infatti sapere che dietro ad una veste di mamma tuttofare bionica e paladina delle tradizioni locali, io celo un amore mai sopito per il mio materno, e soprattutto paterno direi, idioma italiano e per il suo affascinante studio storico. Amore che mi fa frequentare ancora un noto covo di tiraggio linguistico quale è l’istituto di filologia moderna della Statale di Milano, dal quale credo di schiodarmi solamente quando mi avranno conferito la laurea odoris causa (avete capito giusto: non c’è una volta che mi presento e non so di vario odore di bambino, nonostante cerchi disperatamente di camuffarlo prima di salire in treno). Purtroppo per i miei figli, si tratta di una cosa seria: a soli sette anni, il mio Enrico recita a memoria il pur breve Indovinello veronese come uno dei suoi scioglilingua preferiti, e naturalmente io, da mamma perfida quale sono, gli ho giusto fornito una rudimentale traduzione aspettando però che arrivi da solo alla soluzione dell’arcano (se è vero che fu proprio un’allieva del primo anno del grande filologo Vincenzo De Bartholomaeis a risolvere quello che nei primi decenni del Novecento veniva ancora chiamato “Ritmo veronese”). Va da dire che a due un nome ricorrente nei suoi giochi era Carboncelle. E così intendo fare con tutti e cinque i miei figli: trasmettere loro la mia insana passione per la linguistica, insana perché davvero poco si concilia con la professione di angelo del focolare senza un minuto da perdere in trastulli mentali, sperando poi che amplino gli sguardi alla dialettologia magari storica - un ambito estremamente interessante al quale mi sto avvicinando con tutta la cautela e l’umiltà necessarie del mio caso disperato.

Ma torniamo alle ciliege della Fallaci. Persino il correttore automatico di Word, mentre sto scrivendo il mio articolo, mi segnala di primo acchito l’errore, ma al mio correggerlo non si formalizza e me lo dà come seconda lezione possibile, senza sottolinearlo nemmeno una volta con l’antipatico tratteggio rosso. C’è da dire che il traduttore di Word non è l’Accademia della Crusca e dubito abbia mai letto la Fallaci né abbia una pur vaga idea del tipo di idee di cui, soprattutto ultimamente, si faceva portavoce. Quindi dovrebbe essere assolutamente imparziale, né di destra né di sinistra insomma. Ad ogni modo, di cosa si sta parlando? Del fatto che l’editore Rizzoli abbia commesso un grossolano errore di ortografia, pare sotto precisa indicazione dell’Autrice, nello scrivere “ciliege” senza la “i”, il fatidico segno grafico che nella lingua italiana dal Bembo in poi, scritto dopo la lettera “g”, supplisce alla mancanza di un segno specifico per indicare l’affricata palatale sonora dʒ di “gente”.

Vorrei dare anche io un modestissimo contributo alla causa, ovviamente della Fallaci, segnalando ciò che so da un corso di grammatica italiana seguito anni e anni addietro e facendo riferimento al testo di allora, "La lingua italiana” di Dardano-Trifone della Zanichelli, che essendomi costato ben 50.000 dei miei allora sudati risparmi della Bassani devo far rifiorire in qualche maniera. Riguardo alla formazione del plurale dei nomi in -cia e –gia, questa pietra miliare della grammatica toscana spiega che la “i” grafica - che come spiegavo poco sopra in italiano serve a palatalizzare “c” e “g” - si mantiene solo se la consonante che la precede (”c” o “g”, appunto) è a sua volta preceduta da vocale; la perde invece se è preceduta da consonante. A rigore, quindi, si dovrebbe scrivere “ciliegie”. Gli Autori si affrettano però in calce a segnalare che “questa non deve considerarsi una regola; è solo un pratico accorgimento, che semplifica un criterio etimologico, storicamente più fondato ma anche più difficile da applicare, secondo cui nel plurale dei nomi in -cia e -gia si conserva la “i” delle parole di orgine dotta (latinismi e grecismi) mentre si sopprime la “i” delle parole di origine popolare.”

Ne deduco che, non essendo quindi “ciliegia” un cultismo, bensì avendo avuto un normale e popolare esito fonetico dal lat. volg. *ceresiu(m), a rigore il plurale dovrebbe essere “ciliege”.
E’ bene aprire una brevissima parentesi e ricordare ai più che le lingue romanze derivano il loro lessico dal latino volgare, ossia il latino parlato, e non da quello letterario, sebbene ci possano essere ad esempio in italiano parole più vicine all’etimo dotto o addirittura rilatinizzazioni moderne, come nel caso di parecchie parole romene o francesi; quindi a chi mi obietta che ciliegia deriva dal lat.cl. cerasum rispondo che ha saltato quantomeno un passaggio, e comunque vada a rinfrescarsi la memoria ad esempio sul Vaananen o sul De Prisco, che tanto in biblioteca a Varese ci sono senza problemi.
A questo punto, però, permettetemi di andare un poco oltre e di segnalare due esiti differenti dall’etimo sopracitato. Stando al DELI, il Dizionario Etimologico della Lingua Italiana di Cortellazzo e Zolli, sempre della Zanichelli, in realtà il vero etimo volgare sarebbe un femminile *ceresea(m), derivato direttamente dal termine maschile (o supposto tale: il latino, si sa, molti termini indicanti gli alberi appartenevano alla quarta declinazione, pur avendo genere femminile; il problema è che nel latino volgare dei primi secoli dell’era cristiana ci furono molti metaplasmi di declinazioni, cosicché ad esempio tutta la quarta confluì nella seconda). Da questo termine femminile prendono avvio due forme: una, con la sostituzione della “l” alla “r” dovuta ad una semplificazione di pronuncia e caratteristica eminentemente fiorentina (con sconfinamenti nel Pratese), già attestata pienamente nel Seicento, e una seconda, curiosamente attiva in tutto il resto della Penisola, da casa mia sino alla Trinacria, passando per la Toscana meridionale che la conserva ancora, che mantiene invece la “r” etimologica. Pensate semplicemente alla toponomastica: il Ceresio, altro nome del lago di Lugano, si chiamerà così per un motivo preciso: cosa ne pensate?

Ma tornando alla nostra Grammatica, gli Autori segnalano poi che entrambe le soluzioni del plurale in –cie e –gie posso andare bene, “se pensiamo alle oscillazioni presenti nell’uso grafico di molti scrittori contemporanei e alla tendenza della moderna ortografia a eliminare sempre più tutte le “i” superflue”, affidando il mantenimento della “i” a quei casi ove nel contesto possa esserci ambiguità di significato.
In pratica si fa perno sull’ideale secondo cui anche la lingua letteraria è viva e scaturisce dalla penna dei suoi autori. Certo, Il Fortunio delle cinquecentesche "Regole grammaticali della volgar lingua” aveva come modello le tre Corone e non certo il primo che passava, ma mi pare assodato che la Fallaci non sia propriamente l’ultima ruota del carro nel nostro panorama letterario. O forse siamo qui a dimostrare il contrario?

A parte tutto ciò, il mio modestissimo pensiero è che Oriana abbia consapevolmente voluto creare questo “casus belli”, visto che non di una “semplice” schiava cartacea del giorno stiamo disquisendo, ma di una persona estremamente colta e, se mi permettete la provocazione, vividamente feroce nel cogliere le pecche dei suoi contemporanei: perché non c’è sostanza senza forma, e questa considerazione, naturalmente, portatela alle massime conseguenze.

13 commenti:

Caym alias Livia ha detto...

Ciao,
ti ringrazio per il tuo commento sul blog,
contributi come il tuo sono realmente di aiuto per riscoprire lati dimenticati della nostra lingua e i motivi di quelle tante eccezioni che la rendono così ricca e complessa.
A presto
Caym @Liblog

Bosina ha detto...

Ciao Livia,
sono io che ringrazio te, e sono felice di essermi imbattuta nel tuo blog, che mi sembra davvero un'occasione di approfondimento sincero e costruttivo, oltre che uno stimolo a rispolverare un po' la mia indole letteraria... cosa che non guasta mai :-)

Ho letto nelle mail di segnalazione delle risposte di un commentatore che citava, probabilmente con accenti polemici, Liala. Sono fortemente tentata di scrivere qualcosa in merito, visto che un po' glielo devo, essendone concittadina... Devo solo macinare un libro da restituire in bilioteca entro due giorni :-) e poi ci do sotto :-))
A presto!

cesonia ha detto...

Perdonatela...è in gravidanza avanzata!

Scherzo, sto ancora riprendendomi dal tuo post....

e dalla feroce critica allo spettacolo dei miei amici Elfi fatta dal nientepopodimeno che Masolino d'Amico. Amico un cavolo. Li ha stroncati. Malignamente, visto che il prossimo anno Romeo e Giulietta sarà lo spettacolo di punta della stagione del loro teatro. Sigh.

che bello ora non son più anonima e leggo anche le lettere da ricopiare. wow
baci ai pargoli.

Bosina ha detto...

Ehi, ce l'hai fatta a postare! In effetti da ieri sembra tutto tornato alla normalità... o quasi. Sperem, 'sto blogspot mi dà sempre un sacco di noie :-(

Beh, mi conosci cugina... questo potrebbe abche essere uno miei post più digeribili da oggi in poi :-). No, scherzo, almeno avessi tempo sempre per delle riflessioni così... me lo sogno, ultimamente.

Devo venire di sicuro a leggere la recensione di Masolino. Non ti formalizzare: se fa fede al nome che porta, potrebbe essere moooolto antiquato di gusti!!!
Baci.

nini ha detto...

E dire che sto dimenticando l'italiano..dopo 13 anni di francese!
Che vergogna!
Mi hai ricordato il mio primo libro della Fallaci..mi sembra cielo cinese...letto a 15 anni.
Buona domenica

Bosina ha detto...

Mi fa piacere, Nini.
Non ti rpeoccupare: la lingua materna non si scorda mai.
Benvenuta!
Da dove mi scrivi?

Caym, alias Livia ha detto...

A proposito di Liala sarò felice di ospitare una tua recensione o articolo, dato che quel particolare lettore la additava come autrice di scarso valore, cosa che non condivido affatto.

Bosina ha detto...

Livia, mi onori con questa proposta. Prometto di scrivertela anche perché è da un po' che ci penso: Liala era varesina, come me, e parla spesso dei miei laghi. Non aveva affatto uno stile di bassa lega ma piuttosto, direi, era una scrittrice consumata, che si era votata ad un genere ma aveva una grande padronanza della lingua. Non appena finisco nuovamente Settecorna, il suo secondo romanzo, mi lancio nell'impresa! Grazie e a presto

ivana ha detto...

Ciao Laura,
ti ho ritrovata attraverso altro blog, avendo io avuto un tornado distruttivo nel mio PC, che mi hafatto sparire rubrica e altro.
Mi fa piacere avere letto proprio il tuo articolo su Oriana, anche se hai focalizzato un problema ortografico, che hai affrontato con la tua solita serietà e competenza.
Sento della tua quinta gravidanza, quindi tanti auguri per questa ricca famiglia!
Ora che ti posso leggere passerò di qui abbastanza spesso!
Complimenti!!!
Ciao!
Ivana

Bosina ha detto...

Cara Ivana, sono felice di leggerti e di ritrovare anch'io il tuo link! Lo aggiungo subito fra i preferiti perché, come me, so che sei amante delle trdizioni locali e perché hai dato vita proprio ad un bel blog.
Ti ringrazio dei complimenti e degli auguri. Allora, a prestissimo!

dolcienonsolo ha detto...

Grazie per la tua visita...da quanto non leggo un libro di oriana Fallaci!!!

Bosina ha detto...

Sono io che ringrazio te! Il tuo blog è una miniera di delizie. Devo assolutamente linkarlo.
La Fallaci scrive in maniera sublime... io ho appena finito "Penelope alla guerra" e sono rimasta incantata.
Un bacione

Xiaozhengm 520 ha detto...

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