giovedì 25 febbraio 2016

Quindici anni di Varese Femminile


E’ stata una strana sensazione tornare dalle “mie” calciatrici dopo tanto tempo, martedì sera. Le avevo lasciate in maggio, all’indomani del primo trofeo dedicato ad Isabel Gianoncelli, anche se alla fine non ci ero andata perché quel giorno era la festa della mamma e non ce l’avevo fatta a presenziare.

Così, quando mia figlia e due sue amiche e compagne di classe mi hanno chiesto di accompagnarle in prova al Varese Femminile, ho avvertito un tuffo al cuore. Uno dei casi giornalistici ai quali mi ero più affezionata tornava prepotentemente a chiamarmi, e - come spesso mi succede con le storie più appassionanti -, finiva per coinvolgermi in prima persona: così è stato ad esempio con la compagnia del cagnolino – presto saprete i risvolti – o le vicende che raccontavo sulla pagina dei quartieri del sabato.

Eccomi, dunque, improvvisamente tornata a prendermi cura di questa storia, che avevo accantonato come tante altre quel brutto giorno in cui presi la decisione di far fagotto dal giornale su cui scrivevo. Mi ero sentita, per la verità, un po' in colpa con loro: come una mamma che avesse trascurato i suoi bambini, un giornalista non dovrebbe mai dimenticarsi delle sue storie più preziose. Mentre seguivo il primo allenamento delle mie tre ragazze – sono già bravine, avendo fatto un paio di anni di calcio con il mitico Bufano, il loro professore di educazione fisica alla Salvemini – mi è venuto spontaneo annotarmi una chiacchierata con Gianluigi Dorizzi, il presidente della squadra. Che, con mia grande sorpresa, mi ha rivelato una bellissima cosa: oggi, 25 febbraio 2016, la società Varese Femminile compie esattamente quindici anni, essendosi costituita il 25 di febbraio del 2001. Io credo molto nei segni: ultimamente non mi capita quasi nulla che sia per caso, le mie storie sono piene di rimandi luminosi a qualcos’altro che ho già conosciuto, amato, seguito.

All’inizio erano sei squadre e novantasette tesserate: oggi l’Asd Calcio Femminile Varese di tessere ne ha solo diciotto, è iscritto al CSI e non più alla FIGC da un paio di anni ed è tornato, dallo scorso settembre, ad allenarsi nel campo dell’Aurora Induno, dove iniziò la sua storia, quando papà Gianluigi aveva fondato la squadra per sua figlia e le sue amiche del cuore. Nove anni dopo, nel 2010, Dorizzi era riuscito a portare le sue ragazze a San Fermo, nel campo dell’ex Atlas, dove con la collaborazione degli altri genitori aveva messo in piedi una costruzione dignitosissima che fungeva da riparo, spogliatoio e ristoro. Costruzione che era risultata abusiva e che alla fine, dopo cinque anni di permanenza nel quartiere nel quale si erano identificate con tutta l’anima, le ragazze avevano dovuto abbattere prima di lasciarlo per tornare ad Induno.

Gianluigi, 64 anni, spirito scanzonato nonostante recenti acciacchi che fortunatamente non hanno fermato la sua verve, è un giocatore di tutto rispetto e nasce sportivamente con la Belfortese degli anni Sessanta. «Dopodiché sono andato a vivere in Venezuela, dove mi sono sposato. Ho iniziato a giocare coi miei connazionali a Casa Italia e poi ho militato nella squadra del Santa Marta, in Colombia, alle foci del Rio Magdalena. Mi portavano in aereo la domenica, visto che la distanza non era molta. Erano gli anni Ottanta». Tornato in Italia, medita sul calcio femminile: perché non esistono squadre a Varese, mentre ad esempio a Como, dove gioca sua figlia, ci sono? Detto fatto, nel giro di qualche anno, il Varese Femminile è in pista. «Avevamo sei squadre, comprese le pulcine, che nel 2008 – l’ultimo anno indunese ma anche delle piccoline – hanno persino vinto il campionato contro i maschi. Tutte regolarmente iscritte alla FIGC, con la squadra a 11».
Una storia già sentita: anche la mia cara amica Graziella Dal Bello – che avevo conosciuto intervistandola per una delle mie storie di Varese – mi aveva raccontato di questa certa avversione tipicamente varesina per la versione rosa di alcuni sport considerati prettamente maschili. Così, senza perdersi d'animo, aveva inforcato la bicicletta per una società comasca –erano gli anni Sessanta – ed era  arrivata addirittura ai mondiali.

E oggi cosa sarà delle biancorosse? Io le ritrovo bellissime e grintose come le avevo lasciate un anno fa, speranzose di ritornare dopo il termine di giugno al loro campo sanfermino. «Che invece è stato dato ai Gorillas – mi racconta sconsolato Dorizzi – che giocano solo tre partite l’anno. Ma noi non ci arrendiamo: è vero che dobbiamo ancora dei soldi al Comune di Varese. Sinceramente però siamo rimasti molto male per l’accaduto. Comunque sia ora siamo qui, Induno ci ha riaccolti a braccia aperte, stiamo organizzandoci per sistemarci al meglio e quando abbiamo le partite in casa giochiamo nel bel campo dell’Aurora, vicino alle piscine». Il campo attuale, in via Andreoli, vicino alle scuole, qualche pecca ce l’ha. Ma le ragazze sono determinate e il calcio per loro è motivo di grande orgoglio: una passione che le fa evadere dalla routine e dai libri – sono quasi tutte studentesse tranne una mamma quarantenne pimpante e tonicissima – e le fortifica nell’animo e nel corpo. Contrariamente a quanto si può pensare, sono tutte molto femminili e aggraziate e di virago non se ne vede proprio: vederle giocare così gioiose alla luce della luna piena è stato magico e commovente. E non è finita qui: il nuovo, bellissimo mister è nientemeno che Claudio Calandrino, storico allenatore del Varese 1910, che oggi allena anche la Pro Patria.


Tanti auguri, dunque, buon compleanno e lunga vita alle nostre Varesine! Vi terrò aggiornati sugli sviluppi (anzi, quasi quasi rispolvero una mia vecchia idea e inauguro una bella rubrichina… notizie dal Varese Femminile) 

sabato 13 febbraio 2016

Pin Girometta alle scuole di Belforte

Pin Girometta all'asilo Collodi

Prima di iniziare a raccontare, una premessa: questa volta di foto ce ne saranno un po' poche, per motivi legati alla privacy. Non me ne vogliate. 

C’era una volta una mamma che di mestiere faceva la giornalista e che su un quotidiano locale curava una pagina domenicale intitolata “Storie di Varese”. Per questa rubrica, che consisteva nel presentare ogni settimana la storia di due personaggi che fanno bella la nostra città, una volta aveva intervistato il Pin Girometta, la maschera di Varese, e, come spesso le accadeva durante queste belle e lunghe interviste, era diventata un po’ sua amica.

Chiacchierando chiacchierando, il Pin – che in realtà si chiama Loris Baraldi e che impersona dal 1990 la maschera varesina – si era lamentato di come le scuole di Varese non lo chiamassero più da anni. Dovete sapere infatti che ci fu un tempo, che risale ad una quindicina d’anni fa, in cui lui e Natale Gorini (il Re Bosino sino allo scorso anno) andavano a raccontare il Carnevale ai bambini delle elementari e degli asili.

Tutto questo succedeva l’anno scorso. Quella mamma, che poi sarei io, aveva scritto non solo la bella storia del Pin, ma anche quella del Loris che arriva nella nostra città da ragazzo e diventa nel corso degli anni così tutt’uno con la lingua e le tradizioni varesine tanto da essere scelto ad impersonare la quintessenza della bosinità. Ma adesso è meglio che passi a scrivere in prima persona, tanto sono sul mio blog e qui le storie le scrivo io, e se non vi piace è così lo stesso e comunque è Carnevale e semel in anno va bene anche giocare a stelle filanti con la grammatica (ma solo a Carnevale, beninteso!). Così vi dico che già che c’ero avevo scritto anche la storia del Vanetùn, perché la mia amica Diana Ceriani mi aveva fatto conoscere il figlio di quell’Enrico Vanetti che per tanti anni aveva impersonato prima di Loris il Pin, un lungagnone come lui perché probabilmente disegnato sulle sue fattezze.

Quest’anno, a gennaio, appena tornati dalle vacanze di Natale mi ricordo della chiacchierata col Pin e mi viene un lampo di genio: perché non invitarlo a Belforte? Scrivo un bel Whatsapp al comitato genitori, mi confermano di essere interessati; racconto la mia intenzione alla maestra Margherita, la coordinatrice, et voilà, lei accetta al volo perché sta realizzando un progetto di studio di storia delle tradizioni del territorio e il Pin cade a fagiolo. Così, dopo aver ottenuto l’approvazione delle altre maestre, chiede il permesso alla dirigente scolastica. Nel frattempo anche dall’asilo (lo so, ormai si dice scuola materna ma a me piace di più asilo, all’antica!) sono interessati: la maestra Patrizia si aggrega. Io chiamo Loris, che tutto contento stabilisce subito una data: il 9 di febbraio. Siamo le prime scuole di Varese a prenotarlo un mese prima di Carnevale! E anche l’ultima, come verrò a sapere in corso d’opera. Non va bene: care scuole, chiamate negli anni futuri il Pin, perché è veramente una persona cara e sa catturare l’attenzione dei bambini.
Pin Girometta alla Sacco

Martedì i genitori hanno voluto che ci fossi anch’io, a scattare qualche foto al Pin all’asilo Collodi e alla scuola Sacco. Siamo arrivati alle 9:40 in fondo a via Brunico, Pin si è preparato e poi ha iniziato a raccontarsi ai piccolini. E poi alla fine il colpo di scena: “Ma questa scuola è stata rifatta” sogghigna lui. “Io ci ho lavorato per tanti anni, perché ero l’economo del Comune e mi occupavo delle mense. E la prima scuola dove il dottor Caravati mi disse di andare nel 1978 è stato proprio il Collodi”.

Adesso vi racconto un po’ la sua lezione ai bambini, un po’ più semplice all’asilo, un po’ più forbita alle elementari. Pin ha esordito parlando in generale delle maschere italiane e interrogando i bambini, che si sono dimostrati abbastanza preparati, dopodiché ha spiegato che il Pin, inventato nel 1956 dalla matita di un artista geniale, Giuseppe Talamoni, compie esattamente sessant’anni. Era stato indetto un concorso dalla Famiglia Bosina per creare una maschera tipica (il Re Bosino da tempo non compariva nelle sfilate del Carnevale): vinse il suo progetto, che fu inserito nell’elenco ufficiale delle maschere italiane.

La particolarità del Pin, però, è che mentre le altre maschere sono solitamente personaggi di fantasia, lui è un personaggio veramente esistito. Un ambulante della Valbossa (quella che ha il cuore ad Azzate), che vendeva brisei, bindel, butuni, ag, spill e fil da cusì. Quando Pin ha snocciolato con enfasi queste parole in dialetto, i bambini hanno sgranato gli occhi come fosse una formula magica: il dialetto li aveva catturati e non staccavano più gli occhi dal Loris in attesa di capirne il significato! Vi dirò che la prima parola era sfuggita anche a me: i brisei sono le fettucce, il bindel –ma questo fortunatamente lo sapevo - il cordoncino, e il resto si capisce perché il dialetto non è poi sempre così diverso dall’italiano.

Io mi sono commossa a vedere tanto entusiasmo, pur rumoroso ma non è che si può pretendere che i bambini siano delle mummie!, da parte di tanti piccoli la cui percentuale di stranieri nella nostra Belforte è veramente alta. Questo cosa significa secondo voi? Ma semplicemente che il dialetto non separa come è stato fatto credere da tanti, anzi piuttosto unisce, radica. Sarebbe proprio bello che al doposcuola, o in qualche centro culturale come una cooperativa, o in parrocchia, perché no, lo si insegnasse proprio a tutti. Il dialetto lega al campanile, e se anche è vero che siamo in una società globalizzata, non c’è nulla di più bello che sentirsi tutti uniti e parte di una comunità che vuol ritrovare la sua storia, e che vuole continuare a scriverla. 

Torniamo al nostro Pin, un ambulante merciaio, quindi, dei tempi in cui le mercerie ancora non esistevano. E oggi che le mercerie storiche chiudono, ancora più simbolico, se vogliamo. Loris ha spiegato la simbologia del suo abbigliamento nei dettagli: le scarpe nere e pesanti, e con la fibbia argentea, da contadino arricchito; le calze biancorosse a ricordare i colori di Varese (per la verità presenti anche in altre maschere, ad esempio in certe raffigurazioni popolari di Meneghino); i pantaloni blu come il colore dei sette laghi e del cielo che vi si riflette; la giacca marrone come le castagne, il nutrimento di un tempo che fu, e i pregiati funghi varesini; il cappello nero perché era poco sporchevole e la fascia rossa tipica della sua condizione sociale. E finalmente è arrivato al nome: Pin da Giuseppe, forse a ricordare Talamoni stesso, chissà; e Girometta – che una bambina chiedeva se fosse il cognome – per via di quello “stranzen”, scacciaguai, talismano fatto di mollica di pane secca a forma di omino, con due piume in testa e due bande colorate sul corpo, con attaccati vetri e lustrini perché il malocchio si rifletta e torni indietro. (pare fosse una presa in giro contro i soldati austriaci, ma questo ve lo dico io un po’ sottovoce). Un amuleto che si faceva benedire al santuario e che poi veniva messo sul comodino per propiziarsi fecondità, una buona annata nei campi e tanta fortuna in famiglia. Ma dove viveva il Pin? Un po’ in Valbossa, un po’ al Sacro Monte, dove arrivava a maggio per il mese mariano e si piazzava sotto la statua del Mosè a vendere i suoi ricordini.

Sul finale della performance, che ha veramente conquistato tutti, Pin ha regalato una sua fotografia a tutti i bambini, e ha raccontato – istigato preventivamente dalla sottoscritta perché Belforte è la terra del Ganna – la bella storia del Pinin Rudèla, il piccolo amico di Pin nato dalla fantasia di una giovane studentessa del liceo artistico e proposto come mascotte dei mondiali di ciclismo del 2008. 
Pin con Iride


Alla fine il Loris si è portato a casa i fagottini alle mele di Iride, la mitica bidella del Collodi nonché decana delle catechiste del Lazzaretto. Voi non lo sapete, ma questo è davvero uno scoop, perché è il dolce preferito del Pin Girometta! Da inserire assolutamente nelle tipicità del Carnevale Bosino, ma cosa dico bosino: belfortese!

sabato 30 gennaio 2016

Il murales delle mamme della Sacco



(in foto da sinistra: mamma Luana, mamma Carmen e mamma Mary)


Perché riaprire il blog, dopo tanti mesi di silenzio?
Me lo sono chiesto più volte, durante i tentativi un po’ fallimentari dell’anno scorso di ridar vita a queste pagine ormai abbandonate da tempo, e le risposte sgorgavano immancabilmente da un’esigenza personale, l’ansia di dar voce alla mia anima. Un concetto un po’ antico di diario, un po’ da signora di altri tempi, un po’ alla Liala per intenderci, quella del Diario vagabondo che tanto amo e che rileggo sempre con un po’ di nostalgia. Ma questo io che voleva raccontarsi, alla fine, cos’era mai? Niente di troppo importante. E così desistevo dall’impresa.

Un bel giorno di sei mesi fa, stanca di un ambiente che non mi soddisfaceva più, ho deciso di accantonare per un po’ il mestiere del cronista e ho iniziato, quasi per caso, a scrivere un libro e a far ricerche su persone e luoghi del passato recente del mio quartiere: un lavoro appassionante, che mi sta totalizzando o quasi. Questo lavoro mi ha portato a passare le mie giornate negli archivi e così mi sono resa conto, guardandolo dall’esterno, di come il mestiere del cronista, alla fine, sia veramente prezioso, perché la storia si fissa attraverso il suo sguardo.


(Il mio amico  bibliotecario e scrittore Arnaldo Bianchi mi fa dono di una foto preziosissima di tanti anni fa… il suo primo anno di scuola alla Sacco)

Perciò, valutando il fatto che sui giornali le notizie sul mio quartiere erano sempre o scarse o parziali o peggio ancora nulle, o nella migliore delle ipotesi negative – stamattina, mentre scrivo, mi accorgo con disappunto che la mia pagina dei tre quartieri dimenticati – Belforte, Valle Olona e San Fermo sul mio vecchio giornale è sparita per la seconda volta in un mese -  ho deciso di ripartire a raccontarlo secondo il mio punto di vista di umile menestrello, perché sono sicura che certe cose hanno bisogno di essere raccontate, perché la loro memoria venga conservata. Ed è proprio in questi giorni dove la parola “memoria” è così abusata, giorni nei quali sono stata chiamata anche ad altri compiti, come quello di raccontare la storia degli olivicoltori varesini, che ho maturato questa decisione.
Saranno soprattutto cose, fatti, persone lievi e graziose, quelle di cui mi voglio occupare, anche se non sarà sempre e solo così. Penserete che sono superficiale, ma vi dirò che di argomenti difficili, pesanti, noiosi, tristi e complicati parlano già in troppi. Perciò per quanto mi è possibile adesso più che mai voglio scrivere solamente di qualcosa che mi è caro, anche perché c’è già tanta gente che lavora sulle tristezze, e io non voglio certo portargli via il mestiere. E poi mi piace illudermi che si padroneggi meglio la materia che ci è più affine.


(La Scuola Sacco, inaugurata nel 1964)


Ecco che allora la prima cosa che voglio raccontarvi è una festa: l’open day alla scuola elementare dei miei bambini, la Sacco di Belforte: son già passate due settimane, era sabato 16 gennaio, la scuola era ricominciata solo da dieci giorni. Avevamo preparato, noi mamme del comitato genitori e anche qualche nonna intraprendente, tante torte da vendere per fare un po’ di fondo cassa, ed erano accorsi parecchi genitori coi futuri remigini: mai vista tanta gente negli ultimi open day, buon segno! Aprivano la festa la maestra Margherita, tenera chioccia fra i suoi bambini, assieme alla preside Maria Rosa Rossi, una donna di polso, entusiasta e trascinatrice, fra mille cuori appesi al soffitto e i canti preparati dalla maestra Elena, voce soul, bellezza e grinta da vendere.

(il mio Giobino e la mamma)





(alcuni momenti della festa)


(con la mia amica Iride, bidella del Collodi nonché supercatechista del Lazzaretto)

(con la mia amica Luana, la tesoriera del comitato)


(con la mia amica Maddalena, supermamma dell'oratorio del Lazzaretto)


(con la nostra superpreside Maria Rosa Rossi)



(la mia amica Sila compera la mia Saccher e le meringhe di Luana)



(con le maestre del cuore: Elena e Francesca)

(sempre con Iride nel meraviglioso parco della Sacco che domina Valle Olona e San Fermo)



(Luana, Grazia, Mery, Carmen, Iride e Maddalena)

Ad accogliere le nuove, future leve il bellissimo murales delle mamme, dove spiccava il matitone dell’Astuccio Birichino, il simbolo della Sacco dai tempi dell’omonima canzone scritta dalla maestra Ilaria e vincitrice del festival della Canzone Europea. Ma adesso mi preme raccontarvi bene questa storia perché è veramente deliziosa. Mamma Carmen, che di cognome fa Agnello ed è la nipote della cuoca storica della Collodi, la signora Carmela, è la nuova presidente del comitato genitori. Un bel giorno di novembre chiama la sua amica Mary, una creativa come lei, e le racconta di quel muro un po’ spoglio all’ingresso a cui sarebbe urgente dare un po’ di vita: ai bambini farebbe bene entrare al mattino in un’esplosione di colori. Entrambe trafficano da sempre con l’arcobaleno: Carmen è parrucchiera e Mary, appassionata di decoupage, ricamo e pittura, partecipa spesso ai mercatini dell’artigianato con i suoi lavori.
 



(Mamma Mary all'opera)


Così per un paio di mesi le due signore si presentano alle nove del mattino a scuola prima dell’orario di lavoro e con tempere e pennelli restituiscono colore a quelle mura un po’ sbiadite dagli anni, aggiungendo al matitone un arcobaleno, il sole e le farfalle. L’ultimo giorno prima della festa decorano la parete sopra l’ascensore, con il tacito accordo di continuare a riempire anche la parete opposta, per non lasciare nemmeno un angolo della scuola spento. D’altra parte qualcuno, in tempi passati, aveva già dipinto un murales sulla scalinata che porta verso il giardino, per cui la bella tradizione di questa scuola così allegra continua e si rinnova nel tempo.

(il vecchio murales del quale mi piacerebbe ricostruire la storia)



Questa, per concludere, è la mia torta ispirata al loro murales: l’abbiamo chiamata Saccher un po’ per ridere, perché era una torta al cioccolato glassata farcita con una marmellata ma di castagne e caffè, e poi ovviamente perché la nostra scuola è intitolata al medico Luigi Sacco, lo scopritore del vaccino. Vorremmo riproporla per la festa dei cinquant’anni della scuola, a primavera inoltrata. 

lunedì 24 agosto 2015

Caro Domenichino…

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Solo per te, e grazie a te ho finalmente trovato il coraggio di riaprire il blog.

Non scrivo da mesi. Prima assorbita dal lavoro al giornale, e ora in stand by per motivi vari, avevo rimosso completamente questo mio diario di viaggio, che mi accompagna più o meno quotidianamente da ben otto anni. Ci annotavo sogni, speranze, la mia cucina, i miei libri, le mie passeggiate con i bambini, le vittorie e le sconfitte, senza mai entrare di diritto in una categoria fissa del blogging, anzi sfuggendo decisamente ai pacchetti preconfezionati da web dell’ultim’ora.

Il web ha segnato la nascita della mia scrittura. Però ero arrivata a volerlo chiudere, questo mio blog, un po’ per pigrizia mentale, un po’ per paura di essere banale, tanto per il dispetto di trovare al solito le mie idee saccheggiate – ma allora non sono così banale, se mi ritrovo copiata qui e là sul web e non solo - tanto quella chi la conosce fuori Varese, tanto è solo una giornalistucola di provincia che si crede una spanna più in alto solo perché ha un tesserino.

Io in realtà sono una giornalista un po’ atipica. Ho preso il famigerato tesserino tardi, quando ero mamma di prole numerosa (trovatemi un’altra mamma di prole numerosa che faccia la giornalista su un quotidiano: io ho in mente solo Concita de Gregorio e Costanza Miriano, agli antipodi l’una rispetto all’altra e pure rispetto a me, quattro figli a testa per la cronaca), nonostante collaborassi con diverse testate da una vita. Ma soprattutto sono nota come la giornalista empatica, che anziché rimanere distaccata nei confronti della materia, la assorbo e me la sento avvinghiare l’anima. Così mi capita spesso di ricordare, più ancora del pezzo che scrivo, l’antefatto che me l’ha fatto guadagnare. Come in questo caso, che vi sto per raccontare. Sì, lo so, il giornalista mette in cima al pezzo l’argomento principale, ma questo è un blog e qui scrivo come piace a me, e mi è piaciuto, come dire, strattonare la materia a mio uso e consumo dall’antefatto personale.

L’anno scorso conducevo, la domenica, sul quotidiano “La Provincia di Varese”, una rubrica domenicale chiamata “Storie di Varese”, andata in pagina dall’aprile del 2014 a Pasqua di quest’anno. Se uno dovesse chiedermi a quale pagina sono stata più affezionata, finché ho lavorato alla Provincia, avrei risposto sicuramente a questa. La pagina si componeva di due pezzi: una storia più corposa come portante e un pezzo di ripresa come cameo. Era venerdì, di questi tempi, e inusualmente non avevo ancora pensato al pezzo di ripresa.

Mi aggiravo, stancamente, per casa fra una pigna di panni da stirare e una cena da allestire quando la mia attenzione fu catturata da un punto preciso del soggiorno: era un’immaginetta che tenevo, fra le altre, appesa alla vetrina della libreria. Domenichino Zamberletti mi fissava, vestito da chierichetto, e pareva dirmi: vieni a leggere la mia storia. Presi il foglietto, lo girai e lessi poche righe che mi indussero a far ricerche immediate su internet, poco più tardi confermate nella sostanza da un libercolo che possiedo e non avevo mai letto. Sia il libriccino sia l’immaginetta erano state portate a casa da mia figlia Carolina, anni prima, dopo una gita con la classe dell’asilo al Sacro Monte. La mia bambina mi aveva raccontato qualcosa di questa storia ma io avevo rimosso quasi subito.

La cosa che mi sconvolse era che Domenichino era nato il 24 di agosto. E il pezzo di cui ero all’affannosa ricerca per le mie Storie sarebbe dovuto andare in pagina domenica 24 agosto 2014.

Avvertii immediatamente la mia caporedattrice, che si era occupata del caso di Domenichino qualche anno prima. Rimase pietrificata al telefono. Immediatamente mi diede il via, e così in un batter d’occhio avevo scritto la sua storia per il giornale. Vi riporto l’articolo così come lo pubblicai, ma prima vi anticipo due cose. Domenichino era il piccolo organista del Sacro Monte ed aveva una spiccata propensione per la musica. Quella domenica partivano i miei due figli maggiori per il masterclass torinese a Villa della Regina: era la prima volta che mi separavo da loro, in tanti anni, ed ero tristissima. Così affidai tutti i giovani musicisti in trasferta al piccolo Domenico. Poi mi venne in mente anche il maestro Marco Rodari, impegnato con la sua “claunterapia” sul fronte di Gaza. Lo avevo intervistato da pochi giorni, e sarebbe andato in pagina lunedì 25. Marco era uno degli insegnanti che parteciparono alla gita del Sacro Monte con la scuola dei miei bambini. Dedicai un pensiero, nel pezzo, anche per lui e per i suoi poveri bambini di Gaza. All’indomani della pubblicazione della sua intervista, veniva inaspettatamente annunciata dopo molti mesi la tregua. La cosa singolare è che Domenichino, durante i lunghi e tristi mesi di degenza in ospedale – soffriva di una forma di leucemia particolarmente grave – amava distrarsi con i fratellini facendosi portare i suoi giochini da casa e, se non ricordo male ma questo vorrei verificarlo magari con una chiacchierata con i parenti, se me ne sarà data la possibilità, fare piccoli giochi di prestigio. Esattamente come fa Marco con la sua “claunterapia”.

Oggi mi piacerebbe passare dalla tomba di Domenichino a salutarlo. Lo feci in aprile, e mi commossi tanto.

Io non sono una di quelle persone che vorrebbero andare contro la volontà dei genitori, e vederlo trasformare in una star planetaria. Domenichino ora sta bene e senza tanti clamori, lo diceva sempre alla sua mamma quando era malato: andrò in un posto bellissimo e sarà sempre festa. Mi piacerebbe, sì, che fosse beatificato, ma se questo dovesse creare problemi alla sua famiglia o alla sua memoria, molto meglio che si continui solo noi varesini a portargli un fiore sulla tomba, e un pensiero sempre nel cuore. Ad ogni modo, se avete un piccolo musicista in casa, sappiate che Domenichino lo protegge da quel posto meraviglioso dove risuona l’armonia delle sfere celesti. Così come protegge e aiuta anche le loro mamme: ne sono sicura. E anche me che da giorni avverto l’impulso di raccontare nuovamente la sua storia e per farlo ho riaperto il blog. Caro Domenichino, affido le mie parole e la mia scrittura a te: aiutami a ritrovare la strada.

(se cliccate sulla foto, vi si ingrandirà l’articolo e si potrà leggere per esteso. Io l’ho recuperato dalla versione in pdf)

Domenichino articolo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

mercoledì 22 ottobre 2014

La torta soffice di zucca come non ve l’ho mai scritta

torta di zucca con Nutella

Questo post si apre con un sì: sì, lo so, non scrivo mai, almeno sul blog. Sono incorreggibile. Non riporto nemmeno gli articoli della rubrica del lunedì di cucina casalinga varesina e della domenica delle Storie di Varese che pubblico sulla Provincia. Insomma, questo blog langue, non c’è bisogno che mi sgridiate. Lo so già da sola. Sto trascurando il web, da un po’ di tempo a questa parte.

E continua con un no, non lo chiuderò di certo, il blog, anche se dovessi scrivere un post ogni sei mesi. E naturalmente non l’ho mai scritta sul blog, questa ricetta. Tante cose non scrivo sul computer, affidandomi ancora agli appunti cartacei che poi regolarmente perdo e che ritrovo dopo anni; oppure anche ai social network, Facebook in primis, l’unico che io usi con una certa frequenza.

Si può dire che sia una torta che mi ricordo a memoria, e che di volta in volta aggiusto sicuramente un pochino, ma di cui non mi ricordavo fino ad oggi una redazione definitiva, almeno scritta di mio pugno. Forse l’avevo lasciata sul forum di Cucina Italiana anni fa, e da qui era girata su alcuni blog, quello di Laura De Vincentis in particolare (QUI la sua splendida interpretazione). Ma risalire all’originale mi è stato impossibile fino ad alcuni giorni fa. Certo, la rifaccio tre, quattro volte all’anno: zuca e melun han la so stagiun, come si suol dire dalle mie parti. L’anno scorso ricordo perfettamente di averne elaborata una variante per la collega di Varesenews Mariangela Gerletti che arrivava al famigerato parco Molina: era novembre. Quel giorno, nota folcroristica, mi si era rotto il frullino elettrico, feci tutto a mano, avevo una decina di bambini a casa fra miei figli, vicini di casa e nipotini e mi venne anche una sciatica pazzesca che mi tenni per un mese intero. Al di là di questo, la torta fu apprezzatissima, ed ebbe il merito di celebrare la riapertura del caso Molina, che si lì a poco si sarebbe parzialmente risolto (ma entro l’autunno potrebbero esserci delle sorprese… incrociamo le dita).

Per farla breve, scartabellando in alcuni documenti legati ad un caso di cui sto scrivendo, salta fuori la redazione originale, datata 2007. Scritta da me medesima in occasione di una festa particolare. In buona sostanza, in perfetto stile cyber-filologico, avevo ritrovato quello che avevo perso cercando tutt’altro. E siccome in tanti stamattina mi hanno chiesto questa benedetta ricetta, di cui avevo pubblicato la foto su Instagram (ebbene sì, ce l’ho anch’io) e contemporaneamente su Facebook, eccola qui in tutta la sua disarmante semplicità.

E già che ci sono, la dedico tutte le mamme della V B della scuola Sacco di cui lunedì sono diventata la nuova rappresentante. Mi piacerebbe che facesse la staffetta fra le scuole di Varese, perché la torta di zucca, nelle sue varianti – e questa è la mia – è tipica della nostra città e bisogna riscoprire ed amare le nostre radici a partire dalle cose più umili, come appunto una zucca, per donarle ai nostri figli e a tutti i figli della Varese di domani.

La torta soffice di zucca

Montare 3 uova intere con 250 g di zucchero; incorporate al composto 200 g di farina e 100 di fecola, una bustina di lievito, 70 g di burro sciolto e altrettanti di olio evo; aggiungere 200 g circa di crema di zucca violina cotta al microonde e frullata e tanto latte per ottenere una crema di media densità. Versare in teglia imburrata e infarinata da 26 cm di diametro in forno a 160 °C per 45 minuti circa. Da fredda, la si taglierà in due e farcirà con la Nutella leggermente scaldata per renderla più spalmabile.

(adoro la zucca violina… forse perché ho un violinista in casa? )

martedì 22 luglio 2014

Riapro il blog con una torta di lamponi

torta lamponi uno 

C’era una volta una mamma che aveva quattro figli. La bambina piccola di pochi mesi, la mamma con una grande passione per la scrittura sopita da tempo per gli impegni familiari.

La mamma, dopo un gran pensare, decise su due piedi di aprire un blog. In fondo aveva collaborato per tanto tempo con alcuni portali della preistoria e di internet se ne intendeva. Era il maggio del 2007: lo so che le favole non hanno mai una collocazione temporale precisa, ma la mia in fondo è una storia vera, per cui possiamo anche concederci la licenza poetica. Registrare sul blog la propria vita di casa, di famiglia, le ricette, la città, gli amici, le passeggiate, il lago, i libri che leggevamo insieme era proprio una cosa divertente. Arrivò dopo due anni anche Agostino, il quinto piccolino di famiglia, e la mamma raccontava le sue prime imprese sulle sue pagine e pure in radio, visto che il blog la aveva fatta schizzare, quasi senza che lei se ne accorgesse neppure, pure nell’etere. E venne anche Giovanni Battista, il sesto ed ultimo della squadra, mentre la mamma conquistava il traguardo del tesserino da pubblicista facendo praticantato presso una redazione gastronomica. La cucina, che passione! Dovere ma anche e soprattutto piacere. Però quella mamma aveva deciso di raccontare la sua Varese, per lasciare delle storie belle non solo ai suoi bambini ma anche un pochino a quelli dei suoi concittadini. E non c’era niente che le togliesse dalla testa che prima o poi ce l’avrebbe fatta. E finalmente un bel giorno di primavera incipiente la sua penna incontrò i caratteri di un quotidiano storico, la Provincia di Varese, e fu amore a prima vista.

Da quel giorno la mamma bionica – la chiamavano così perché se la cavava sempre da sola coi suoi bambini – è un po’ meno bionica e un po’ più giornalista. Da quel giorno questa mamma ha imparato a farsi aiutare un po’ di più, perché altrimenti è difficile conciliare, anche se comunque resta difficile perché l’aiuto è veramente pochino e lei odia chiedere per uno stramaledettissimo orgoglio che è nato con lei in sala parto. Però non c’è dubbio che da quel giorno questa mamma sia ora realizzata dal punto di vista professionale e la cosa rende orgogliosi anche i suoi bambini e suo marito. Le hanno affidato pagine importanti, editoriali, la cultura, rivoltare Varese e raccontarne le storie: proprio come desiderava lei.

Però non passa giorno che la ex mamma bionica non si stressi un po’ perché prima era bionica e adesso un po’ meno.

Dai e dai e dai, le tocca pure fare un po’ di visite mediche che le trovano pure la gastrite. Per una giornalista gastronomica non è il massimo: anzi, sembra un po’ una barzelletta.

Da più parti le consigliano di prendere tutto con più filosofia: è un po’ di stress accumulato per il troppo perfezionismo che la contraddistingue.

E allora cosa fa questa mamma? Pensa che forse è il caso di riaprire il blog, dove appunto la prendeva con filosofia. Era nato come terapia in un momento un po’ così, tornerà ad esserlo di nuovo.

Ah, non vi ho detto che a quella mamma purtroppo hanno detto, all’inizio di marzo, che probabilmente non potrà avere più bambini, e lei ne desiderava tanto un ultimo. Anzi, un’ultima. Aveva anche già scelto il nome.

Quella mamma oggi riapre il suo blog e vuole che sia una cosa semplice semplice. Che poi il concetto di semplice è proprio molto relativo. Comunque vuole raccontare e raccontarsi con l’immediatezza che forse non ha mai osato fare sua, perché si sentiva giornalista un po’ anche sul blog. Oggi la sfida è diversa: non vuole dimostrare più niente a nessuno, quella mamma. Solo, prendersela comoda e raccontare la sua storia con leggerezza. Se poi ci sarà qualcuno che avrà piacere persino a leggerla, lei ne sarà felice.

Torno alla prima persona ringrazio le mie amiche che mi hanno incitato a riaprire il blog.

Non vorrei fare nomi per non dimenticarne nessuna, però una in particolare devo citarla perché mi conosce da tanti anni e mi ha fatto un gran piacere risentirla e sapere che mi legge. Licia, la mia amica del liceo. Ti abbraccio forte, cara. Sono proprio felice di averti ritrovata, anche se per ora solo virtualmente.

Concludo con questa ricetta che dedico a tutte le mie amiche – lettrici; in particolare la devo alla cara Daniela, a cui devo restituire ancora uno stupendo librone su Cantello.

torta lamponi due

Torta di lamponi (rivisitazione della torta del ciclista che trovate QUI)

3 uova; 200 g di zucchero; 100 g di burro ammorbidito; 80 g di caprino; 250 g di farina autolievitante; mezzo bicchiere di latte; una vaschetta di lamponi da 125 g

Lavorate a crema lo zucchero con il burro e il caprino usando possibilmente le fruste elettriche (perché ho usato il caprino? Semplice: era scaduto da un mese…) e poi, sempre montando, incorporate le uova intere una alla volta. Aggiungete la farina (anche qui: ho usato quella autolievitante della Spadoni presa in un’offerta sparata e dovevo finirla! Mai pensata fu migliore) e il goccio di latte ottenendo una crema densa. Versatela nella teglia (io uso quella di alluminio: la trovate della Cuki oppure anche al Famila, 4 tortiere se non state attenti ve le tirano dietro, costano un niente) imburrata e infarinata, appoggiateci sopra i lamponi e via in forno preriscaldato a 170 °C per circa 40 minuti.

Una meraviglia. Provatela e sappiatemi dire.

Nei prossimi giorni vi racconto della mia nuova micina Brigitta.

Laura

sabato 19 aprile 2014

Il risotto ai fiori di rosmarino e tanti auguri di Buona Pasqua

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Finalmente trovo due minuti, fra un preparativo e l’altro, mentre impasto il pane intrecciato e il brodo del risotto per domani (sempre risotto a Varese nelle feste comandate!), per augurare a voi tutti amici lettori, colleghi blogger e giornalisti una Pasqua bellissima con i vostri cari.
Sono state settimane che più intense non si può. E sono felice di darvi una bellissima notizia: ho iniziato a collaborare con la Provincia di Varese, per cui mi trovate in edicola sempre il giovedì con le chiacchierate sulla cucina varesotta (ma sapete che io divago… saranno consigli strategici da amica!) e la domenica nella rubrica Storie di Varese. La domenica delle Palme ho intervistato la mia carissima amica Simona Lauri che è stata “madrina” del mio esordio sul noto quotidiano varesino. Questa settimana, esattamente il giorno di Pasqua (ossia domani), sarò in edicola con due pezzi: una recensione di letteratura infantile (altra mia grandissima passione) e il libro che proporrò, su questo blog e anche nelle mie merende letterarie è ampiamente conosciuto… non potevo iniziare da altro! Sono ermetica? A bocca apertaIl secondo articolo è un’intervista ad una persona cara, una donna meravigliosa e anche famosa che ha tanto sofferto e che ora ci regala un messaggio di vita e di speranza. Siete curiosi? Domani uscendo da Messa comperate la Provincia! Potete acquistarla anche online QUI nell’edizione digitale (la versione web invece è ridotta).
Giovedì ho “varato” la mia nuova rubrica di cucina con una serie di consigli per Pasqua (eccezionalmente la rubrica è andata in stampa anche venerdì con quelli di Pasquetta). Vi metterò online le pagine! Però giustamente, essendo consigli in pillole, non ho dato le ricette complete (a parte quella del cosciotto di capretto, che capperi, ieri all’Iper stava finendo: ho giusto fatto in tempo ad accaparrarmente l’ultimo pezzo e veniva proprio dal Pian Du Lares, Val Veddasca!). Quindi rimedio ora con quella del
RISOTTO AI FIORI DI ROSMARINO
risotto fiori rosmarino
Questo è un risotto che personalmente adoro.

Si fa un risotto alla parmigiana, ossia bianco: ehi, non sto dicendo di fare il riso in bianco ma un risotto bianco, perché poi c’è chi travisa e dice che ho detto che ecc ecc… :D, sto dicendo di procedere come si fa per il risotto, ossia con soffritto di cipolla (per me nell’olio e tritata come fosse una crema nel mixer con un goccio d’acqua, così i bambini non la vedono e non la sentono altrimenti sai che cagnara?), tostatura, sfumatura. Ecco, io domani lo sfumo con la Poretti 5 luppoli, la Bock chiara (la fanno dietro casa mia!). Poi brodo buono di biancostato e quarti di pollo (sta ribollendo adesso alle mie spalle) un mestolo dopo l’altro, senza mai fare asciugare ma nemmeno annegando il riso nel liquido: “tirandolo”, insomma, fino a che risulti al dente. Spengo. L’onda dovrebbe essere già venuta ma se mi sembra troppo asciutto rimedio con uno o due mestoli di brodo in mantecatura, mentre incorporo il burro, il grana (tanto per entrambi) e la toma grattugiata.
E i fiori di rosmarino cosa c’entrano, direte voi? Già: li raccolgo (wé, speriamo nel bel tempo altrimenti mi tocca andare nel giardino condominiale col paciugo che ci sarà!) e li piazzo nel risotto a fuoco spento. E poi ne tengo un’altra manciatona per la furmagina da Varès, una delizia che al solo pensiero mi viene un’acquolina…
Per quanto riguarda il tipo di riso, userò un Arborio fantastico di Mignone, un produttore varesino DOC che ha risaie in Lomellina. Lo si trova dalla mia amica Laura del panificio Famlonga di Viale Belforte.
riso Mignoneriso Mignone 2
  Laura Famlonga
Buona Pasqua di cuore!
Laura






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