martedì 21 maggio 2013

Dieci buoni motivi per farsi piacere la pioggia

 

Varese e il Varesotto, si sa, sono noti da tempo immemore come il pisciatoio d’ItaliaA bocca aperta.

Mai come quest’anno definizione fu più appropriata: è un mese che non la smette di piovere a dirottoDiavolo.

Voi mi direte che anche in altre parti d’Italia è così, in questi giorni. Ma a Varese, ve lo garantisco, di più, di più. D’altra parte si sa che “la vita l’è bela,l’è bela, basta avere un ombrela che ripara la testa”, come canticchiavano quarant’anni fa i miei conterranei Cochi e Renato…

E siccome fra frizzi e lazzi c’è chi assicura che il brutto tempo continuerà a ricamare le nostre giornate per altre due settimane, stamattina mi sono detta: e se provassi una volta per tutte a cambiare prospettiva? E’ veramente brutto, questo tempo? O piuttosto è tutto relativo? E così mi è venuta voglia di buttare giù un bel decalogo dei miei per vedere se si riesce a guardare il bicchiere mezzo pieno…

Dieci buoni motivi per farsi piacere la pioggia

1) La pioggia è bella perché ispira i creativi (altrimenti non sarei qui a scriverne, questo è chiaro!)

2) Il maltempo ti obbliga a vestirti ancora pesante: così non spendi soldi a vanvera per la cosiddetta mezza stagione.

3) Quando piove puoi fare tutti i risotti che vuoi senza sentirti fuori stagione (ma anche no: vedi QUI cosa dicevo…)

4) Quando diluvia, fai anche a meno di pettinarti che tanto nessuno se ne accorge!

5) Se è bagnato, non è il caso di stare a lustrare i pavimenti ogni tre per due, tanto due minuti e fanno di nuovo schifo…

6) Se piove puoi risparmiarti quel quarto d’ora per innaffiare i gerani (e la vicina non può nemmeno protestare che le hai bagnato di sotto, mica è colpa tua se piove!)

7) Quando fuori c’è il diluvio universale, se la torta ti si siede puoi dare tranquillamente la colpa all’umidità. Però niente ti vieta di riprovare a fare tutte le torte che vuoi, tanto cos’altro hai da fare!

8) Il tempo umido fa venire i reumatismi. Una buona scusa per dire a tua suocera di starsene a casa sua che altrimenti l’avresti sulla coscienza…

9) Quando piove sei dispensata dal portare al parco i figli!!!

10) Quando piove ti tieni figli, gatti e marito cucci cucci sul lettone a leggere dei bei libri che parlano ovviamente di giornate piovose…

A proposito: maggio, come saprete fra le altre cose è il mese dei libri. Ne approfitto per regalarvi i miei dieci consigli per far leggere i bambini, su Al Femminile.

Adesso però passo la palla a voi. Cosa fate di bello nei giorni piovosi? Cosa aggiungereste al mio decalogo?

martedì 14 maggio 2013

Cucine da Incubo... pane per i miei denti ^^

 

 

L’ho detto tante di quelle volte che negli ultimi tempi vado al ristorante solo se mi puntano una pistola alla tempia… La stessa cosa si dica per alla televisione: non la guardo mai (risparmiatevi le battutine trite e ritrite!- primo perché non ho tempo, secondo perché anche quando ho tempo si accende una volta su due (è un vecchissimo modello Sony avuto in regalo al matrimonio) e terzo perché i programmi che piacciono a me sono sempre in orari improponibili, tipo la mattina quando sono a  lavoro, o alla sera tardi quando sto lavando il pavimento o metto a letto i bambini.

 

Quali sono i programmi che piacciono a me? Beh, lo confesso, a me piacciono tantissimo i programmi di libri, tipo quelli di Augias, della Casella o della Bignardi – non so nemmeno più se vanno ancora in onda ma una volta ^^ li seguivo – e, ovviamente, per deformazione professionale, quelli di cucina.

Vi preannuncio che, però, in questo secondo caso non sono il tipo del programma cult o di nicchia. Masterchef non l’ho mai visto nemmeno una volta per sbaglio. Io sono, piuttosto, la fanatica dei programmi di massa, quelli delle casalinghe, meglio se sulle tv o sulle radio private. Del resto, anch’io conducevo sino a poco tempo fa una trasmissione di cucina di casa (nel senso che la facevo proprio da casa, al telefono, stile Lisa Biondi) in radio. A me colpisce il programma “pane e salame”, quello dove si mette in gioco la creatività delle persone di tutti i giorni, la cucina di tutti i giorni insomma.

Per questo, quando ho letto, qualche giorno fa, di Cucine da incubo, la nuova trasmissione di Antonino Cannavacciuolo, sono rimasta a dir poco incuriosita. Ne parlano tutti, persino i miei amici di Varesenews che non potevano certo perdersi la chicca del nuovo cuoco nostrano di origini partenopee che, dopo il nostrano Valbuzzi, si appresta a diventare la nuova star della cucina televisiva targata Insubria:

http://www3.varesenews.it/insubria/nelle-cucine-da-incubo-arriva-lo-chef-cannavacciuolo-260980.html

Lo chef di Orta San Giulio, il paese nativo di Rodari, proprietario del favoloso Ristorante Hotel Villa Crespi è chiamato infatti a ricalcare le orme "dell’antipatico” per eccellenza in cucina, Gordon Ramsay (che a me al contrario sta simpaticissimo, come potrete immaginare ^^, anche perché è un papà di prole numerosa…). Chef Antonino, sposato e papà di una bella bambina, sarà il mattatore della versione italiana di Kitchen Nightmares. Cucine da incubo verrà trasmesso su Fox Life - Sky, canale 114° a partire dal 15 di maggio. Di cosa si tratta?

Stando alla conferenza stampa in cui è stato proiettato un estratto della trasmissione, ci sarà da morire dal ridere e il programma promette di essere la rivelazione dell’anno per grandi e piccini. Come racconta Panorama, Cannavacciuolo è stato scelto fra ben trenta chef non solo perché buca decisamente lo schermo quasi fosse un Bud Spencer  formato fornello,  ma anche perché riempie anche la trasmissione con le sue indagini senza troppi complimenti: un Maigret, insomma, con il cappello da cuoco anziché la bombetta (ma la stessa passione per il buon bere e il cibo di un certo rispetto).

Qual è il suo compito? Tenetevi forte. La produzione ha selezionato dieci ristoranti italiani, lungo tutto lo Stivale, a cui lo chef di Orta dovrà imporre un restyling completo, dalla cucina al personale, dalla carta all' organizzazione. Un compito non facile e, certamente, ricco di colpi di scena, momenti spassosi ma anche, in un certo senso, drammatici, perché entreranno in gioco famiglie intere di ristoratori con i loro sogni e il loro personale modo di concepire il mestiere della ristorazione.

Non vi nascondo che questa trasmissione mi ha colpito per diversi motivi. Primo, per il Cavolo Verde sto cercando di intervistare Chef Antonino, che ovviamente in questo periodo è presissimo… ma mai darsi per vinti nel mio mestiere ^^. Ovviamente non vi sto a raccontare le domande che vorrei fargli per ovvi motivi, ma vi preannuncio che saranno mirate al suo originale modo di concepire la cucina italiana come sintesi di Nord e Sud… se va in porto, ne leggerete delle belle ;). In più, è chiaro che il fatto che uno chef nostrano, insubre ;) diventi una star, per noi è tutta salute… ma c’è di più. Lo stellatissimo Antonino, come ho sottolineato sopra, metterà in discussione la classica e italica conduzione familiare del ristorante. Io ho nei geni una famiglia di ristoratori da parte della mia nonna materna, e siccome mi piace sognare ad occhi aperti, ma proprio tanto, spesso penso a come potrei “sistemare” in un futuro tutti i miei figli in un ristorantino di famiglia. E’ ancora una cosa fattibile ai giorni nostri? Può essere un’idea vincente per una famiglia numerosa con la corale passione della cucina? Ci sono esempi significativi al giorno d’oggi che vale la pena di imitare? Mi piacerebbe che chef Antonino rispondesse a questa domanda così interessante per i tempi che corrono (famiglia numerosa potrebbe volerlo significare anche in senso lato: magari due soli figli, ma anche le mogli, le suocere ^^. E voi cosa ne dite? Mi farete compagnia davanti al piccolo schermo?
 

 

Articolo sponsorizzato

venerdì 10 maggio 2013

La grammatica del risotto: l’onda. Voi come lo fate?

risotto

Non ci crederete, ma a Varese piove di nuovo. E in casa Lucchetti siamo di nuovo tutti falcidiati dall’influenza. Lo ammetto, è un anno terrificante. Non ce la faccio più, non ce la faccio più, non ce la faccio proprio più. Ma devo resistere: sono una mamma bionica.Perplesso

Ho cercato di dare una svolta a questa situazione opprimente in tante maniere. A bocca aperta

Due settimane fa, anticipando la moda dell’estate delle divine di Hollywood Flirt maschio, mi sono rapata a zero per vedere l’effetto che fa. Bene, oggi ho già una criniera stile Picchiarello. E mia madre ride quando mi vede. Ecco l’effetto che fa.Sorpresa

Mi sono messa a studiare seriamente le piastrelle granny all’uncinetto. Ma mi si attorcigliano tutti i colori.Basito

Mi sono decisa a fare lo spruzzino antibiotico per la sinusite.Party

Ho ricominciato col lievito madre che agonizzava da un mese e nemmeno in frigo. Incredibilmente, inspiegabilmente, Biagio – perché lo avevo “creato” il 2 di maggio, il lievito madre day – si è ripreso in men che non si dica. Buon segno.

E poi mi sono messa a fare una batteria di risotti senza mancare nemmeno un giorno.

Il risotto, il mio comfort food. Il mio cibo coccola da quando sono piccola, il piatto preferito dei miei bambini.

Per prendermi in giro, mio marito dice che nel miscelatore io abbia tre posizioni: acqua fredda, acqua calda e brodo. Invece il brodo lo preparo un giorno sì e un giorno no. D’inverno più sostenuto, con biancostato, reale e pollo. O anche solo manzo. Dalla primavera all’autunno, di pollo. Lo preferisco, è più leggero.

Dicono che io sia un’esperta di risotto, ma non mi piace definirmi così. Avevo anche aperto un blog solo sui risotti ma ho lasciato perdere come tante altre cose che inizio tanto per sport. Semplicemente, lo preparo da sempre e ne conosco la grammatica essenziale. E anche riguardo alla scelta del riso, mi picco di trovare sempre quello più adeguato, con un occhio alle offerte che non fa mai male. Mi si dirà che il riso da supermercato non è riso di classe, ma non m’importa. Ce ne sono alcuni veramente eccellenti, soprattutto per gli scopi di una mamma di prole numerosa. Ambasciatori a cena, del resto, non ne ho mai.

Sulla grammatica del risotto riflettevo stamattina dopo la solita rassegna stampa. Tanti blog e persino magazine di cucina, online ma anche cartacei, piazzano in prima pagina cosiddetti risotti che del risotto come lo intendo io hanno, a prima vista, ben poco. A volte, per fortuna raramente, è lampante che è la scelta del riso ad essere inopportuna: dal parboiled al riso integrale, passando per il Venere o i risi orientali, la creatività personale ammazza il risotto a partire dall’ingrediente fondamentale. Trascurando i passaggi intermedi ma indispensabili (di cui vorrei parlarvi ma non in questo momento) – brodo, soffritto, tostatura, “tiraggio”- , quello che chiaramente emerge a livello fotografico è la mancanza dell’onda (che spesso dipende dalla scelta di riso ma non solo, essendo chiamati in causa tanti diversi passaggi: l’ultimo mestolo di brodo, la mantecatura, ma prima ancora la tostatura e a monte addirittura la brillatura).

Si vedono in giro tanti risotti a punta. A montagnetta. Gnucchi. Oppure ammassi che fanno pensare più ad un’insalata o, nel migliore dei casi, ad un pilaf, ma non proprio ad un risotto. Che l’onda non solo vuole ma esige.

Per me, un risotto senza onda è come un partitivo con l’accento: sgrammaticato.

Riflettendo un po’ a freddo, sono giunta però ad un’importante conclusione.

Come un fenomeno linguistico che procede ad onde, anche il risotto ha una sua geografia. Nei luoghi canonici dove nasce – Lombardia in senso lato, anzi diciamo Insubria e non se ne parli più – è all’onda. Altrove prende le caratteristiche del modo di cucinare il riso tipico di quelle zone.

Ad esempio, in Piemonte è decisamente più gnucco. Lo stesso dicasi per la Sicilia. Al contrario mi fanno sapere che in Toscana è brodoso, più una zuppa che un risotto, insomma.

E voi, come lo fate il risotto? Mi aiutate a ricostruirne la… geografia moderna?

Dal 1° gennaio 2010 mi avete letto in...

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